Una Manhattan della Roma imperiale: l’insula dell’Ara Coeli

20/10/2019
Blog SaintsTour

I grattacieli sembrano incarnare l’essenza stessa della modernità: li associamo alla vita frenetica delle grandi metropoli epicentro degli affari e dei piaceri. Ed in effetti è proprio così, l’idea di sfruttare lo spazio in altezza – anziché in larghezza – per poter dare alloggio a quante più persone possibile occupando una superficie quanto meno estesa possibile, nasce proprio nel cuore di una metropoli (la Roma del I secolo a.C.) sovraffollata (un milione di abitanti circa), centro nevralgico di un Impero (“Roma caput mundi” non era la millanteria di un popolo campanilista, ma la constatazione di un dato di fatto). Il problema del sovraffollamento e della carenza di spazio era stato avvertito già sul finire del III sec. a.C., allorché ebbe inizio la costruzione di veri e propri condomini denominati ‘insulae’, che constavano in media di tre o quattro piani. I Romani dovettero però farsi prendere la mano, perché a cavallo tra I sec. a.C. e I secolo d.C. gli stabili di dieci piani erano tutto fuorché un’eccezione nel panorama romano, tanto che l’imperatore Augusto fu costretto, in seguito ai frequenti crolli, ad emanare una legge che ne fissava l’altezza massima a a 70 piedi (corrispondenti a 6-7 piani). L’insula era in tutto e per tutto simile ad un palazzo odierno: il pianterreno era occupato da botteghe e ‘tabernae’, mentre i piani abitativi, a partire dal primo, rispecchiavano fedelmente la composita piramide sociale dell’Impero romano, solo capovolgendola: i ceti più abbienti occupavano il primo piano, l’unico dotato di acqua; man mano che si saliva, lo status dei condomini si abbassava. A differenza delle domus, in cui la luce penetrava da pertugi angusti, le insulae erano dotate di finestre molto grandi, ma prive di vetri; per chiuderle ci si accontentava di persiane di legno, pelli di animale, tende di stoffa. Mancavano i bagni: per i bisogni fisiologici c’erano le latrine pubbliche (efficienti, pulite e capillari), per lavarsi le terme (numerosissime e per tutte le tasche). Gli appartamenti erano dotati in media di tre o quattro stanze, semplicemente arredate con tavoli, sgabelli, panche, divani e letti. Data l’esosità degli affitti (all’epoca di Cesare la pigione di un appartamento poteva raggiungere i settemila sesterzi, che sono quasi quattromila euro di oggi), era molto frequente l’abitudine di cedere una o più stanze in subaffitto, cosicché questi stabili giunsero ad ospitare anche duecento persone: con un tale sovraffollamento, la sporcizia, il rischio di epidemie e, soprattutto, le risse tra condomini, erano all’ordine del giorno. La capillare diffusione delle insulae – ce ne sono esemplari superstiti, bellissimi, ad Ostia antica, Pompei, Ercolano – fu dovuta, oltre che alla necessità di fornire una casa a una popolazione sempre crescente, anche al carattere particolarmente remunerativo della loro costruzione. Crasso, ricchissimo banchiere e triumviro con Cesare e Pompeo, doveva una non piccola prte della sua fortuna all’attività di costruttore. Come dire, noi ‘moderni’ non solo non abbiamo inventato i grattacieli, ma nemmeno i palazzinari…

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